L’OSPEDALE MEYER DI FIRENZE HA RISARCITO UN RAGAZZO DI 16 ANNI E I SUOI FAMILIARI CON CIRCA 3 MILIONI e 700 MILAEURO POICHE’ IL DANNEGGIATO- BAMBINO DI 4 ANNI QUANDO SI SONO SVOLTI I FATTI- ERA STATO OPERATO DUE VOLTE PER UN TUMORE AL CERVELLO CHE NON C’ERA
Un bambino di 4 anni nel 2012 veniva ricoverato presso l’ospedale pediatrico Meyer di Firenze in seguito ad alcune crisi epilettiche.
I sanitari in un primissimo momento diagnosticarono correttamente una forma di encefalite erpetica, ossia una grave infezione del cervello. Tuttavia, dopo alcuni accertamenti clinici, si convinsero erroneamente che la causa del malessere del bambino era dovuta ad una rara forma di tumore al cervello.
Pertanto, certi della seconda diagnosi, i medici si adoperarono per eseguire gli interventi chirurgici necessari per rimuovere la presunta neoplasia anche se fortemente invasivi ed aggressivi.
La situazione clinica del bambino era sempre più tragica, come dimostrato dal quadro clinico.
Il piccolino nell’arco di un anno veniva sottoposto a due operazioni che provocavano nel medesimo uno stato vegetativo permanente e una tetraparesi spastica.
Il paziente, che ormai ha sedici anni, è costretto a vivere in una condizione di paralisi cerebrale degli arti inferiori e superiori con conseguente perdita parziale dei movimenti degli arti.
I genitori in proprio e in qualità di esercenti la potestà genitoriale sul minore citavano in giudizio l’azienda ospedaliera Meyer di Firenze per chiedere il risarcimento dei danni causati.
Ecco alcune evidenze chiave della vicenda processuale:
- Veniva riconosciuta la responsabilità dei sanitari poiché dalle perizie effettuate emergeva che il bambino era affetto da un’infiammazione cerebrale da trattare con terapie farmacologiche e non da una neoplasia al cervello, quindi gli interventi chirurgici che avevano causato l’invalidità totale non erano necessari.
- È altresì emerso che i sanitari avevano omesso di effettuare ulteriori controlli clinici diagnostici volti ad approfondire il quadro clinico che avrebbero consentito di formulare la corretta diagnosi grazie ad un appropriato raccordo anamnestico e strumentale.
Secondo il collegio peritale un diverso trattamento farmacologico avrebbe potuto cambiare la storia clinica del bambino.
L’invalidità permanente del ragazzo era stata determinata, quindi, dall’errata diagnosi formulata dai sanitari e dalla leggerezza con la quale è stata perseguita la scelta di effettuare due operazioni altamente invasive, demolitive e rischiose per rimuovere la neoplasia che, in realtà, non era presente.
Sarebbe, dunque, risultato più opportuno proseguire la terapia farmacologica per monitorare e curare la pregressa encefalite erpetica.
Anche con qualche danno biologico, avrebbe comunque consentito al paziente, secondo il giudizio del più probabile che non, di condurre la sua vita quasi normalmente. Invece, in seguito ai fatti occorsi, secondo le consulenze peritali del Tribunale l’aspettativa di vita è inquadrabile in un arco temporale compreso tra 35-40 anni.
Altri risultati giuridici più importanti:
- Emerse un’incompleta informazione fornita dai sanitari ai genitori sulla complessità dell’intervento da eseguire, sulle possibili conseguenze legate all’operazione e su eventuali rischi, tenendo conto anche del quadro clinico del piccolino.
- Gli interventi chirurgici eseguiti avevano difatti comportato l’asportazione del lobo temporale del cervello.
In altre parole, le censure ascrivibili ai sanitari erano plurime e si andava dall’errata diagnosi della neoplasia, alla scelta di effettuare due interventi molto invasivi, all’incompleta e carente informazione fornita ai familiari del bambino.
La consulenza peritale accertava una ingiustificata superficialità nello studio della documentazione clinica in quanto tutti gli esami e i controlli effettuati sul bambino dovevano indurre i sanitari ad un approccio meno aggressivo.
I medici avevano scartato tra le ipotesi quella dell’infiammazione cerebrale desumibile e diagnosticabile grazie alla documentazione fornita dai familiari.
Il Tribunale di Firenze, dopo un giudizio durato circa 12 anni nell’ottobre 2025, riconosceva la responsabilità dei sanitari e condannava la struttura ospedaliera ad un risarcimento di circa 3 milioni e 700 mila euro in favore dei familiari del bambino.
Ai fini della quantificazione del danno si è anche tenuto conto del danno riflesso subito dalla famiglia del ragazzo.
In un passo della sentenza si legge chiaramente: “è inequivocabile la sussistenza di un nesso tra un’assistenza sanitaria incongrua e la gravissima patologia encefalica da cui è attualmente affetto il piccolo, rappresentato da un quadro di tetraparesi spastica in stato vegetativo.”
Articolo a cura di Dott. Luigi Pinò


